Seminario di sceneggiatura “Leggere il film”

Durante la costruzione di una sceneggiatura, arte rigidamente compartimentata in varie fasi distinte, c’è un momento in cui l’autore si prende un lungo tempo per scrivere il trattamento, esattamente prima di passare alla divisione in scene vera e propria che porterà al testo definitivo da fornire al regista per le riprese. Di cosa si tratta? Né più né meno della storia del film scritta come se fosse un romanzo, completa di dialoghi, descrizioni, digressioni e lungaggini puramente letterarie che mai potrebbero trovare spazio nella traduzione del testo in immagini, nel film. Perché lo fa? Per quale ragione perde così tanto tempo (si parla di tante settimane, quando non di mesi) per scrivere un romanzo che nessuno leggerà? Perché, nell’opinione di autori e produttori, quello è l’unico sistema per capire preventivamente se la storia funziona. È come se il cinema, un momento prima di farsi, ammetta una certa subordinazione alla letteratura e le faccia un devoto inchino, un rispettoso saluto prima di abbandonarla e diventare sé stesso, cioè una fila di immagini. Disciplina a metà tra l’arte e l’artigianato, il cinema è un bazaar, un inventario tipicamente multilinguistico e novecentesco, che in sé comprende fin dalle origini le arti più antiche, nate e sviluppatesi nel corso della storia dell’uomo: pittura, scultura, teatro, fotografia e, perché no, anche il circo. La letteratura, curiosamente, arriva per ultima: il cinema nasce come puro incanto visivo, come gioco plastico, al massimo come poesia della luce. È solo dopo qualche anno che, per dirla con Vincenzo Cerami, qualcuno pensa di metterci su una storiella. Da quel punto in poi, però, niente sarà più come prima...