
Durante la costruzione di una sceneggiatura, arte rigidamente compartimentata in varie fasi distinte, c’è un momento in cui l’autore si prende un lungo tempo per scrivere il trattamento, esattamente prima di passare alla divisione in scene vera e propria che porterà al testo definitivo da fornire al regista per le riprese.
Di cosa si tratta? Né più né meno della storia del film scritta come se fosse un romanzo, completa di dialoghi, descrizioni, digressioni e lungaggini puramente letterarie che mai potrebbero trovare spazio nella traduzione del testo in immagini, nel film. Perché lo fa? Per quale ragione perde così tanto tempo (si parla di tante settimane, quando non di mesi) per scrivere un romanzo che nessuno leggerà? Perché, nell’opinione di autori e produttori, quello è l’unico sistema per capire preventivamente se la storia funziona. È come se il cinema, un momento prima di farsi, ammetta una certa subordinazione alla letteratura e le faccia un devoto inchino, un rispettoso saluto prima di abbandonarla e diventare sé stesso, cioè una fila di immagini.
Disciplina a metà tra l’arte e l’artigianato, il cinema è un bazaar, un inventario tipicamente multilinguistico e novecentesco, che in sé comprende fin dalle origini le arti più antiche, nate e sviluppatesi nel corso della storia dell’uomo: pittura, scultura, teatro, fotografia e, perché no, anche il circo. La letteratura, curiosamente, arriva per ultima: il cinema nasce come puro incanto visivo, come gioco plastico, al massimo come poesia della luce. È solo dopo qualche anno che, per dirla con Vincenzo Cerami, qualcuno pensa di metterci su una storiella. Da quel punto in poi, però, niente sarà più come prima e, se all’inizio del ventesimo secolo era assolutamente normale vedere in sala i giochi di Man Ray e le stravaganze surrealiste di Luis Bunuel, oggi pensare di fare un film come Un chien andalou, cioè una serie di immagini incoerenti legate dalla prassi onirica, è semplicemente impossibile: il pubblico non accetterebbe mai una non storia, dei non personaggi, l’assenza di una trama, del meccanismo del senso.
Oggi si va al cinema principalmente per sentirsi raccontare una storia, e i film hanno sostanzialmente sostituito il romanzo, almeno il romanzo come lo si intendeva nell’Ottocento, cioè una vicenda credibile e il più possibile realistica, che inquadra i personaggi in un determinato periodo storico per comprenderne i motivi e analizzarne gli esiti.
Questo per dire quanto ormai sia stretto il rapporto tra le due discipline: cinema e letteratura, contrariamente a quanto avrebbero immaginato i fratelli Lumiere, oggi vanno a braccetto e, nel corso della sua storia, il film ha subito sempre più pesanti condizionamenti da parte di questa sorella maggiore che lo guarda con aria severa. Le storie scritte esistono da millenni, il cinema narrativo solo da cento anni: il rapporto è così squilibrato che anche un’arte giovane, e che della gioventù ha soprattutto l’arroganza, non può voltarsi dall’altra parte e ignorarla. Il cinema, mai come in questo momento, ha bisogno della letteratura, di storie affidabili, credibili, che abbiano appassionato già generazioni intere, per poter far breccia nel pubblico: basti pensare ai periodici, costanti ritorni delle grandi case di produzione a Omero, Shakespeare e Cervantes, solo per citarne alcuni.
‘Leggere film’ è un laboratorio interlinguistico, diretto dallo sceneggiatore e scrittore Fabio Sanna, che attraverso la comparazione tra il testo di partenza, un libro, e l’esito filmico, la sua riduzione cinematografica, cerca di analizzare i rapporti tra la pagina scritta e lo schermo, tra il massimo grado dell’evocazione (parole su una pagina bianca) e il punto più alto dell’esplicitazione (una serie di immagini sonorizzate).
Informazioni utili
Giorni del seminario: venerdì 5 dicembre 2025 dalle 15:00 alle 18:00 e sabato 6 dicembre 2025 dalle 10:00 alle 17:00
Costo del seminario: 100,00€ + 5,00 € di tessera associativa
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