Rumore – frequenze ribelli

Rumore - frequenze ribelli spettacolo per ragazzi delle medie

scritto e diretto da Alessandro Redegoso

con Alessio Arippa, Alessandro Redegoso, Paolo Salaris

suoni Michela Scalas

luci Alessandro Pani

costumi Erika Nicole Fadda

Sinossi

In un mondo distopico, da ormai un secolo, il Ministero del Controllo Musicale ha messo al bando la musica, ritenendola pericolosa per la quiete pubblica e per la salute mentale dei cittadini. Solo pochissimi musicisti, selezionati attraverso controlli rigidissimi, possono ancora praticarla: una musica sterilizzata, priva di emozione, curiosità o qualunque forma di espressività.

Mariano, uno dei protagonisti, sogna di diventare uno di questi musicisti ministeriali. Ma la sua sensibilità è troppo viva, troppo stimolabile dalla musica. Considerato quindi un individuo pericoloso, è costretto a fuggire dal controllo del Ministero. Durante la fuga si smarrisce e approda in un luogo inatteso, uno spazio colmo di tracce di vita passata, oggetti bizzarri e frammenti di un mondo musicale ormai proibito.
Nel suo percorso si intrecciano le vicende di Theremin, un personaggio esuberante che vaga alla ricerca dei musicisti ribelli della misteriosa Zona, e la scoperta di Automa, un robot capace di cantare e di custodire nei propri dati la memoria di epoche perdute, quando la musica permeava ogni momento della vita quotidiana.

Insieme, i tre esplorano un universo sonoro a loro sconosciuto. Sono in costante ricerca della Zona, desiderosi di incontrare chi, come loro, ha scelto di ribellarsi al Ministero. Attraverso la musica, l’esplorazione e la semplice esperienza di stare insieme, scoprono un senso di unione e di libertà che nessuno di loro aveva conosciuto fino a quel momento.

Note di Regia

Lo spettacolo mette al centro della propria riflessione il modo in cui, nel contesto contemporaneo, si possa vivere e praticare la creatività. L’opera concentra la sua lente soprattutto sul mondo della musica e, attraverso un linguaggio pensato per gli adolescenti, prova a mostrare come un universo artistico vastissimo venga spesso dato per scontato, senza una reale consapevolezza del suo valore.
Oggi lavorare nell’arte è un rischio – e talvolta un lusso – che pochi possono permettersi: la ricerca artistica fatica a trovare percorsi sostenibili, mentre un’eccessiva burocratizzazione genera inerzia e un clima generale di stagnazione. Il Ministero del Controllo Musicale incarna proprio questo grande ostacolo: la difficoltà di riconoscere l’arte, e il vivere d’arte, come qualcosa di serio e necessario.

Nel corso dello spettacolo prende forma un mondo distopico in cui possedere una conoscenza musicale è illegale e di fatto impossibile. L’idea nasce dalla constatazione che, per la maggior parte dei giovani, la musica è mediata quasi esclusivamente dagli algoritmi delle piattaforme: sistemi che premiano viralità, apparenza e successo effimero. Gli adolescenti, per ragioni di sopravvivenza sociale, tendono a conformarsi al gruppo; in questo processo anche le loro scelte di esplorazione artistica e di conoscenza di sé vengono profondamente condizionate dal giudizio dei coetanei. Lo spettacolo cerca allora di mostrare quanto sia necessaria una ricerca coraggiosa di ciò che davvero ci piace per emanciparci, e quanto questo percorso sia faticoso, non lineare, spesso pieno di
inciampi. Oggi la musica è accessibile ovunque e in qualunque momento, e questo è un privilegio.

Allo stesso tempo è importante ricordare quanto sia recente questa possibilità: solo poche decadi fa la scoperta musicale avveniva nei negozi di dischi, sulle riviste e nelle fanzine, nei bootleg dei concerti, sempre con un inevitabile ritardo rispetto alle uscite ufficiali, e la condivisione delle conoscenze era necessità e divertimento per scoprire ciò che succedeva nella musica dall’altra parte del mondo. Per questo, nello spettacolo, i protagonisti si confrontano con un mondo musicale per loro sconosciuto e ne intuiscono, per la prima volta, la vastità sconfinata.
Un altro asse fondamentale dell’opera è la tecnologia. Le intelligenze artificiali – o più precisamente i large language models – accompagnano ormai le nostre vite. La loro utilità è evidente, ma molti dei loro funzionamenti restano vere e proprie black boxes: producono risultati senza rendere trasparente il processo decisionale, e non sono strumenti neutrali, poiché incorporano bias cognitivi e caratteristiche culturali di chi li ha progettati. Sono enciclopedie potenzialmente infinite, i cui output richiedono sempre contestualizzazione.

Da qui nasce, nello spettacolo, una riflessione sulla memoria digitale: quale forma di memoria digitale si avvicina davvero alla realtà dei fatti? Una sua modifica può alterare la percezione del mondo? Può essere sostituita nel tempo senza che nessuno se ne accorga?
Attraverso un linguaggio ironico e coinvolgente ci rivolgiamo soprattutto alle nuove generazioni, invitando tutti a interrogarsi su queste domande e sulle tensioni che abitano il nostro presente.